la concia delle pelli a marrakech

Meno visitate e conosciute di quelle di Fes, le concerie di Marrakech rappresentano comunque un interessante spaccato storico e sociale della città. Vi si accede attraverso la porta Bab Debbagh, la porta dei conciatori, situata ad est della città, ai margini della medina, vicino ad un corso d’acqua, l’oued Yssil, un tempo attivo. La posizione ad est è forse legata al sorgere del sole, e quindi alla rinascita, in quanto è come se all’interno della conceria le pelli degli animali morti vengano restituite alla vita, attraverso un lungo procedimento. Da qui anche il prestigio che era legato a questa corporazione, tale da essere l’unica ad avere una porta d’ingresso dedicata. La vita di queste concerie è strettamente legata alla storia della città e si dice che i conciatori siano stati tra i primi abitanti di Marrakech.

Mentre a Fes si osserva l’incessante lavoro dei conciatori che entrano ed escono dalle vasche, come delle api all’interno delle arnie (attività descritta in maniera superba da Goytisolo nel suo romanzo Makbara), dall’alto di qualche terrazza, qui a Marrakech si è in contatto diretto con loro, allo stesso livello. E per quanto muniti di foglie di menta, non si riesce ad evitare l’odore acre e pungente che accompagna questo luogo.

Il lavoro nelle concerie è regolato da un ciclo annuale legato alle stagioni: il lavoro si intensifica in estate, quando le pelli possono essere trattate in maniera più rapida grazie al caldo che accelera i processi di essiccazione, mentre d’inverno l’attività diminuisce e molti conciatori, tornano ai loro paesi d’origine per dedicarsi alla terra. In passato inoltre si distinguevano in maniera ben definita le concerie che lavoravano esclusivamente le pelli di pecora e capra da quelle che trattavano le pelli di mucca e di dromedario, ma ultimamente questa distinzione è stata abbandonata.

Il processo della concia segue un rituale antico che si è tramandato di padre in figlio, non c’è alcuna scuola o manuale dove poter apprendere il mestiere, tutto si impara per gradi sin dalla giovane età, quando si arriva alla conceria come osservatore, fino a diventare un maalem, un conciatore qualificato da anni di esperienza. Le pelli inizialmente vengono immerse in una vasca centrale, iferd, pena di acqua ed escrementi di piccione. La fermentazione in questa vasca, che dura 3 giorni d’estate e 6 in inverno, permette la rimozione dei residui di carne e pelo. Le pelli vengono quindi strizzate e messe ad asciugare, dopo di che vengono messe in una vasca contenente un preparato di acqua e noccioli di lime e argan polverizzati. Il bagno dura per 15-20 giorni d’estate e fino a 30 in inverno, e serve di preparazione alla colorazione. Quindi le pelli vengono lavate energicamente, camminandoci sopra, per rimuovere tutti i vari residui, ed immerse per 24 ore in un’altra vasca, la qasriya, contenente acqua fresca e di nuovo guano di piccione. In questo stadio le pelli si sottilizzano molto e bisogna fare estrema attenzione per non rovinarle. Il trattamento successivo prevede un bagno per altre 24 ore in fibre di grano e sale, seguite dal bagno nella debbagh riempita di acqua e tannini, così che le pelli sono poi pronte per essere colorate. Un lungo processo e i conciatori dicono che la pelle “mangia, beve, dorme e rinasce con l’acqua”, e alla fine di tutto il processo la pelle riceve ruh, “respiro” e vita. La funzione del conciatore era quindi di donare respiro, vita, e il suo essere a contatto con il “mondo dei morti” ne faceva una figura forte e coraggiosa.

La concia viene fatta ancora oggi come tanti secoli fa, nonostante tutto attorno al quartiere la città stia cambiando, e viene da domandarsi per quanto ancora durerà…